q.b.
Spingo aria in fuori per la strada.
Ne ho bisogno, lo faccio sempre, lo faccio spesso. Se fiuto bene, provo a odorare gente, cose.
Se fiuto e tremo, sputo aria, per non correre il rischio di percepire odore che temo troverei rivoltante.
Fiuto e temo o non fiuto e rimpiango.
Le persone più inaspettate profumano di sano, e allora mi compiaccio di aver rischiato.
Sputo aria e spengo il naso, niente odori. Magari guardo un po’ più a lungo, ma niente odori. L’odore fa paura, l’odore mi seguirebbe. Poi, a volte, ho paura di innamorarmi di un odore, e rifiuto una persona bella. Peccato temere ma più peccato rimpiangere. Rimpiango voci, anche. In treno chiedo informazioni su una destinazione che già conosco, solo per poter toccare qualche istante una voce. Faccio ipotesi, perdo tempo nell’attesa. Anche chiedere di più mi costa, ma è bisogno primario quello che soddisfo. E a volte percepisco odori e sento voci senza riuscire a identificarne la fonte, e me ne dolgo a lungo, e allora per compensare cerco volti, chiudendo orecchie e naso, cerco volti nel vano tentativo di recuperare, e ancora me ne pento, perché poi la gente scappa, non pensa a me, perché poi la gente scappa e io invece vorrei rincorrerla, fermarla, chiederle che voce ha, decidere se ho il coraggio di sentirne l’odore, e se me lo ricorderò, e quanto a lungo.
E quando infine ho meno coraggio che mai, è il momento della resa, in cui ho solo bisogno di dare qualcosa senza rubare più alla gente ignara, e allora capita che mi si chieda un’informazione, o il controllore che verifica il biglietto, e quando mi trovo mio malgrado a congedarmi lancio uno dei miei più bei sorrisi, ma a occhi bassi, altrove, lontani, perché non ho bisogno di vedere se c’è risposta, o meglio so che probabilmente ci sarà, ma mi accontento di averlo lanciato, di averlo provato addosso, di averlo consegnato, e che qualcuno l’abbia infine raccolto.
E a volte mi sembra di sentirli, i sorrisi che mi rispondono.
[14/02/2007]
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